class="contentpaneopen">
Ho letto su Box Office .................. by Giancarlo Sartoretto
>
Ho letto su Box Office l’articolo di Antonio Nicita professore di politica economica all’Università di Siena sui temi del finanziamento pubblico ai film, della proposta di legge Colasio-Franco e in particolare della tassa di scopo.
In questo articolo non si parla di mercato, ma di ideologia del mercato perché si tende a considerare il prodotto filmico una merce come le altre anche se di fatto è un prototipo. E’ facile parlare, più difficile è capire un settore particolare come il cinema, per questo inviterei tutti costoro a cercare di investire non solo parole, ma anche un po’ di soldi sul mercato del cinema italiano e così si renderanno conto effettivamente di quali sono i suoi problemi.
L’errore comune, quando non si vuole fare uno scoop giornalistico è quello di pensare a questo settore come se fosse possibile la concorrenza rispetto agli Usa. Le Major investono miliardi e miliardi di dollari avendo una penetrazione universale, (imperiale si diceva una volta), per cui quando progettano un film non lo pensano in maniera nazionale o locale magari attenti alla propria cultura, ma in maniera globale, vengono inseriti tutta una serie di elementi comuni validi per molti Paesi curati da bravi professionisti a tavolino.
Con 100- 200 milioni di dollari a film in Italia se ne fanno 50 – 60 per cui è enorme la disparità tra il colosso e il molosso che abbaia al nulla e soprattutto i miliardi di pubblicità fanno la differenza così come il fasto hollywoodiano: attori con 20 guardaspalle, interi piani di grandi alberghi occupati a migliaia di dollari a notte, tutto per incantare…hanno un cachet da 20-30 milioni di dollari, (noi ci facciamo 5-6 film) vanno tutti in aereo privato e i nostri vanno in bicicletta.
Allora diciamolo:
a)in Italia, dato il mercato attuale, c’è spazio per non più di trenta pellicole nazionali all’anno, per lo più commedie e commediacce, tutto il resto non ha mercato;
b) prendiamo atto di questo e non produciamo niente altro;
c) diciamo ai giovani che hanno fatto scuole di cinema (l’unico business che funziona) che vorrebbero esordire con una opera prima, che vadano a fare gli idraulici che si guadagna di più, almeno 30 euro all’ora ma anche quaranta;
d) diciamo agli attori e alle maestranze che cambino mestiere o che vadano in Usa.
Dice il nostro Nicita che se guardiamo all’efficacia dell’intervento pubblico nel settore, i dati appaiono sconfortanti. Se infatti il finanziamento pubblico sostiene una quota rilevante dei film italiani prodotti ogni anno (si va da un minimo del 17% del 2006 ad un massimo del 42% del 2002 erogando nel periodo 1994-2005 circa 762 milioni di euro per 488 film, i risultati al botteghino, pur migliorando negli ultimi anni, designano un quadro nell’insieme negativo: ben un quarto dei film finanziati non è ancora approdato alla sala di proiezione, quelli che ce la hanno fatta hanno incassato mediamente il 19,50% del finanziamento ricevuto.
Intanto ricordiamoci che ci sono in Italia un sacco di opere pubbliche non terminate e inutili che hanno fatto spendere nel tempo miliardi di euro per creare clientele politiche e bustarelle distruggendo pure l’ambiente, mentre i film non hanno distrutto niente, e poi se diciamo come diciamo che non c’è spazio per il mercato allora bisogna crearne uno nuovo e chi lo può fare? L’associazione degli economisti che fa una colletta e fa acquistare un po’ di sale per il cinema europeo, io personalmente sarei molto contento o l’associazione dei giornalisti composta da giornalisti che pure di fare uno scoop sparlano dei finanziamenti pubblici al cinema, magari mettendo 10.000,00 per ciascuno, sarei ancora più contento, ma la realtà e la conosce chi ci ha investito un po’ di soldi dice che solo lo stato o i fondi pubblici e qualche fondazione privata possono finanziare un circuito per il cinema europeo in maniera che i prodotti italiani siano più visibili, ma bisogna investirci un sacco di soldi di pubblicità che il singolo produttore non è in grado di fare perché occorre convincere la gente a preferire un film di qualità ma ricco di idee piuttosto che un film spettacolare di e con Tom Cruise il che risulta essere già un’impresa improba. Bisogna allora capire se si vuole un cinema puramente spettacolare e di facile consumo o anche preservare un certo cinema indipendente che ha difficoltà a farsi conoscere.
Non c’è nessun fallimento dello stato, né del mercato, il problema è un altro, bisogna spostarsi da quella falsa ottica e comprendere finalmente la necessità di creare un circuito culturale in cui trovi spazio il cinema indipendente finanziato anche dalle fondazioni, una parte dalla Rai e anche da Mediaset, Sky, e che soprattutto i costi pubblicitari siano pagati da una agenzia pubblica nell’ambito del mady in Italy.
La considerazione che fa il Nicita, che sono cioè 10 anni di insuccesso dell’intervento pubblico, dovrebbe svilupparsi in un altro senso: Cosa sarebbe successo se non ci fosse stato questo intervento? Quanti autori avrebbero potuto farsi conoscere, che prospettiva dare a tutti questi giovani: andate tutti a Hollywood e sperate di inserirvi, o andate a fare gli idraulici di mattina per produrvi i film a basso costo il pomeriggio che magari non vedrà nessuno.
Per cui ben vengano i contributi forzosi dai giochi tipo lotterie, l’otto per mille e il prelievo da pubblicità, canoni e abbonamenti di operatori di rete, emittenti televisive ecc., non si capisce perché ad es. la Rai dà molto spazio ai servizi giornalistici e niente al cinema indipendente (tutti devono mangiare come diceva il nonno di De Mita un tempo) però sembra che mangino sempre i soliti. Ben venga la proposta dell’on. Colasio e la sen. Franco, mi sembra un passo avanti, ma solo se poi la produzione normativa di settore viene applicata e rispettata e non rimane come è successo troppe volte – lettera morta; a tutt’oggi la Rai compra pacchetti di film che poi non fa vedere per non pagare i diritti agli autori, è meglio far mangiare di più gli amici giornalisti. Non sono quindi d’accordo con le critiche del Nicita che non capisce, ma non è solo, che molto cinema prodotto è fuori dall’”economico” e se qualche film incassa è spesso per caso, (la gente è difficile da comprendere nella scelta di un prodotto audiovisivo), importante che quel prodotto sia assieme agli altri segnalato. Tutto questo non ha niente a che vedere con le merci e l’industria, qui siamo in un altro mondo dove il fattore economia non è l’unico fattore, l’industria poi non esiste per molti operatori, semmai l’artigianato: si veda l’associazione CIAC e dove questa proliferazione di creatività filmica deve comunque trovare uno sbocco di visibilità, per tutti sarebbe bello che si traducesse in soldi e successo, ma se il mercato è saturo l’intrapresa diventa Don Chisciottesca se una parte del settore è “demercificato” qualcuno allora devrà intervenire per rimercificarlo dando prospettive economiche al settore e chi lo può fare, se non l’associazione degli economisti, e quella dei giornalisti? Non tema il Nicita, gli investimenti privati non si possono deprimere, piuttosto faccia uno studio e veda quanti investimenti privati nel cinema non sono più ritornati in termini di compensi al legittimo proprietario negli ultimi 10 anni perdendosi definitivamente per questa mancanza di mercato? Chi conosce il campo sa che quelli che hanno investito anche su prodotti promettenti ci hanno perso e si sono salvati solo quei pochi che conoscono bene il mercato.
Per quanto riguarda i meccanismi di selezione delle opere da finanziare gli posso dare ragione, troppo spesso dipende da invadenze politiche più che dalla validità e meritocrazia del progetto, ma anche qui si può migliorare attraverso un monitoraggio continuo da parte dell’MBAC dei film finanziati e non considerando solo le sceneggiature, ma vedendo anche lo sviluppo del progetto e se si crea una mafia di pseudo produttori che vivono di amicizie politiche, (come è successo) allora si dovrebbe creare il principio della concorrenzialità istituendo almeno 5 punti di finanziamento regionale (Torino, Milano, Venezia, Roma, Napoli o Palermo) e non come adesso accentrando i rubinetti a Roma; questo decentramento dei rubinetti premierebbe le commissioni di selezione dei progetti più capaci, che fanno crescere il cinema in quella determinata regione, mentre le commissioni più compromesse e compromissorie danneggerebbero la loro regione, differenziando tra chi sperpera denaro pubblico e chi promuove un nuovo cinema.
Poi il Nicita si perde nei soliti discorsi accademici: attività imprenditoriale di rischio, profitto ecc. ecc., sta di fatto che 100 film americani distribuiti si appropriano dell’80% del mercato e i 100 film italiani del 20%; a Noci…ma de che sta a parlà: l’80% dei produttori italiani sono indebitati fino all’osso, e l’altro 18% vive soprattutto con le fiction, l’unico che guadagna è De Laurentis, produce 3 film all’anno e incassa 60 milioni di euro. Ma De Laurentis ha molto diversificato le sue attività: è produttore, distributore, altre attività, presidente del Napoli, è come uno che c’ha tante palle, se una non riesce a lanciarla ce ne ha altre due –tre da far girare, per mettere in piedi lo spettacolo, altri ce ne hanno due di palle: produzione e distribuzione, ma la maggior parte di operatori ne possiede una sola e anche mal ridotta, che tante volte gira a vuoto.
Le altre proposte del Nicita sono anche condivisibili come gli incentivi, l’introduzione tanto auspicata della tax shelter, crediti di imposta, spazi aggiuntivi e attività di promozione, spazi pubblicitari, quota di finanziamento rapportata alle quote di finanziamento privato o estero e/o alla risposta del pubblico (sempre se c’è la possibilità di averlo) incentivi ai distributori. Tutti gli operatori di settore vorrebbero avere finanziamenti privati per sveltire i tempi, ma avete idea cosa vuol dire trattare con il Ministero, (MBAC) ma soprattutto con la Banca Nazionale del Lavoro e adesso L’Artigiancassa che gestisce il fondo? Quanti problemi che si creano, quanti vincoli, quanti impedimenti non dirimenti, rigidità ecc. che fanno perdere anche anni nella costruzione di un progetto che magari poi dopo tanta fatica non riesce a decollare perché l’umore del pubblico è da una altra parte? Non insegnate ai produttori, ma fate voi per una volta cari economisti e giornalisti un film come produttori e così capirete quanto si guadagna e cosa vuol dire affidarsi al finanziamento pubblico.
Distinti saluti
Giancarlo Sartoretto autore indipendente