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Dall'altra parte del mare

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via Capo d'Africa 29/a

00194 Roma


DALL’ALTRA PARTE DEL MARE

di Fabrizio Ficcadenti


Dall’altra parte del mare (Italia, 2008) di Jean Sarto è un film sull’olocausto, sulla memoria e sulla possibilità di rappresentare ciò che a stento è immaginabile.
A Roma una troupe teatrale sta allestendo uno spettacolo sull’olocausto commissionato dal comune di Trieste. Il regista Abele (Vitaliano Trevisan, austero nell’interpretazione quanto le tesi sostenute dal suo personaggio) chiama a collaborare l’amica Clara (Galatea Ranzi), triestina residente a Parigi. Quest’ultima, vent’anni prima, aveva intervistato Tosca Marmor (Giordana de Sanctis) un’ebrea deportata ad Auschwitz. La partecipazione emotiva che quell’antica esperienza le aveva imposto segna il suo modo di pensare la rappresentazione dell’olocausto. Vorrebbe che sulla scena scorressero i volti e le emozioni dei protagonisti (la stessa storia di Tosca) ma si trova a confrontarsi con la visione diametralmente opposta dell’amico regista. Abele vorrebbe un teatro antispettacolare e descrittivo, usa frammenti di testo (in primo luogo Shiviti di Yehil De-Nur, memorie del campo di sterminio, ma anche Fassbinder – la pièce Per un pezzo di pane - e Lanzmann, autore del documentario Shoah) in sequenze antinarrative. Lo spettatore è chiamato al distacco riflessivo e ad una metabolizzazione tutta razionale. Durante la ricerca, anche la storia di Tosca trova spazio e viene integrata nello spettacolo.
Il teatro filmato di Sarto confonde ambiguamente realtà e memoria, allucinazione e documento storico. Questa confusione programmatica è l’elemento più incisivo del film (in tal senso sono ottime la regia e il montaggio di Patrizia Ceresani). Si usa il mezzo teatrale per dare alla riflessione sulla shoah un respiro ampio e suggestivo, assorbendo e riverberando nella messa in scena le posizioni non solo dei due protagonisti ma dell’intera compagnia. Ci offre l’esperienza dell’olocausto come stratificazione geologica. Ogni frammento esposto può essere la chiave per un’esplorazione vasta e stimolante mentre, fra le rocce, la storia individuale si presenta come un fossile integro, prezioso ed emozionante. Un conflitto fertile che - pur lasciando irrisolta la reale possibilità di realizzare uno spettacolo teatrale su posizioni così distanti - consente al cinematografico una panoramica strutturata sul tema.
Su questo solido telaio la sceneggiatura imbastisce, con poco successo, le relazioni fra i protagonisti. Gli attori, sono ridotti a gregari, pro o contro le tesi sostenute dai registi. I loro profili sono tutt’al più macchiettistici. Si accenna ad una relazione fra Abele e Clara, la cui natura non viene però rivelata oltre ad apparire superflua alla caratterizzazione dei due. La descrizione dell’intimità fra Clara e Tosca, la cui esperienza aleggia sullo spettacolo grazie a stralci d’intervista, fa appello ad un atto di fede da parte dello spettatore che può solo immaginare quanto quell’episodio deve essere stato formativo per la protagonista.
L’altro binario, oltre il teatro, su cui si muove la sceneggiatura è l’incrocio fra la parabola individuale e quella storica.
Clara, inviata da Abele a Trieste per documentarsi sulle deportazioni in Friuli, trova tracce del passato di suo padre, scomparso dalla sua vita quando lei era appena una bambina. Negli ultimi minuti del film, dopo un’iniziale resistenza, Clara decide di incontrare il padre. Per ben quattro volte incrociano lo sguardo, si studiano e infine si riconoscono e confrontano. Forse l’unico elemento disturbante - fertile - nelle  sequenze che raccontano i loro incontri è proprio la loro ripetitività vuota e ossessiva, che lascia trasparire l’impossibilità di una riconciliazione. Per altri versi il loro ritrovarsi conduce al vicolo cieco emotivo di una banale dichiarazione d’innata fedeltà alla linea da parte del vecchio padre. Dichiarazione che deve bastare a Clara e a noi spettatori come fattore di rottura e di svolta, che consenta alla protagonista di alzare gli occhi verso il mare aperto, forse libera dai fantasmi del passato.
Nel film di Sarto la riflessione teorica, volutamente bipolare, è sostenuta con successo mentre ai personaggi non si crede fino in fondo. A conti fatti la tesi di Abele sembra avere il sopravvento, mentre il personaggio di Clara è ridotto a vuoto emotivo.
Dall’altra parte del mare resta, malgrado i limiti, un bel film ambizioso, che senza patetismi affronta un tema importante con genuina e generosa partecipazione.
Ci auguriamo che, sulla falsariga della stessa sceneggiatura, possa rappresentare per il cinema italiano il punto di partenza per una ricerca profonda e meditata sull’argomento.